Il colpo di Stato in Turchia è un fallito golpe militare messo in atto da una parte delle forze armate turche il 15 luglio 2016 per la presa del potere nel Paese.

Alcuni analisti hanno ipotizzato altre versioni sui reali motivi del sollevamento militare[8]. Secondo il presidente turco Erdogan, l’organizzatore sarebbe Fethullah Gülen, che replica indicando invece nello stesso presidente l’ideatore.

Il tentativo di rovesciamento del potere ha portato alla morte di 290 persone e al ferimento di altre 1440. I dati forniti dal Governo riportano inoltre che, alla conclusione dell’evento, sono stati arrestati o rimossi :

  • 2745 giudici
  • 5  giudici e pubblici ministeri del Consiglio Supremo e del Consiglio dello Stato
  • 2 giudici  della corte costituzionale
  • 2839 ufficiali e soldati                                                                                               – – –
  • 7899 Poliziotti
  • 8777 impiegati del Ministero degli Interni
  • 1500 dipendenti pubblici
  • 15200 Insegnanti del Ministero della Pubblica Istruzione,
  • 492 Ministero degli affari religiosi,
  • 257 dello staff del primo ministro ,
  • 393 Ministero della Famiglia e delle Politiche sociali,
  • 614 gendarmi
  • 30 governatori
  • 47 governatori locali

Inoltre sono stati revocati 11.000 passaporti

In particolare nella città di Istanbul, alcune agenzie di stampa hanno riportato il ferimento di molte persone che manifestavano contro i militari sul Ponte sul Bosforo, occupato dalle forze armate.

Le reazioni internazionali al colpo di Stato sono state particolarmente caute, anche se nella notte i principali leader internazionali hanno condannato il tentativo di presa di potere dei militari.

Contesto storico
Relazioni tra governo e forze armate

La Turchia ha subito diversi colpi di Stato, fin dal 1960, l’ultimo dei quali si è verificato, nel 1997, contro il governo di Necmettin Erbakan, guida del Partito del Benessere, d’ispirazione islamista. Di tale partito, era anche figura di spicco l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan, allora sindaco di Istanbul. Dopo vari governi laici che hanno guidato il paese, Erdoğan è divenuto, nel 2003, leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (in turco: AKP) per essere, nel 2014, il primo presidente turco ad essere eletto direttamente.

Il rapporto tra il governo guidato dall’AKP e l’esercito turco, cui la Costituzione affida il ruolo di garante ultimo della laicità dello Stato è sin dall’inizio della presidenza molto complesso poiché le forze armate turche si ispirano agli ideali laici di Mustafa Kemal Atatürk, generale e fondatore della Repubblica di Turchia, che si oppone agli ideali islamisti e conservatori rappresentati dall’AKP.

In varie occasioni il governo di Erdoğan ha denunciato l’esistenza di complotti per l’effettuazione di colpi di Stato ai danni del governo, uno dei quali rappresentato dall’Operazione Mazo II, in cui le forze di opposizione avrebbero fatto esplodere degli ordigni in due moschee di Istanbul per poi poter effettuare il golpe in mezzo al caos seguente gli attentati. Per questa operazione sono state indagate 236 persone che, nel 2015, sono state rilasciate per mancanza di prove. Nel 2008, è stato seguito un nuovo caso, secondo il quale vi era l’esistenza di un’organizzazione cospirativa, denominata Ergenekon, che si è conclusa con una condanna per alto tradimento a circa 265 persone, tra le quali figuravano anche alti esponenti del governo e ufficiali dell’esercito come, ad esempio, İlker Başbuğ. Tuttavia, nell’aprile del 2016, la Corte Suprema ha annullato le sentenze per mancanza di prove sufficienti.

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Crisi politica e terrorismo

Il governo di Erdoğan è stato più volte accusato di volere una totale concentrazione e centralizzazione del potere politico.

Nel 2007, venne promossa dal governo, e successivamente approvata attraverso un referendum, una riforma costituzionale che stabilisce l’elezione diretta della carica di presidente. Nelle successive elezioni presidenziali del 2014, Erdoğan è risultato vincitore, con il 51,79% dei voti, ed ha espresso l’interesse ad esercitare una mandato attivo e non solo cerimoniale come era stato fatto fino ad allora. Espresse anche degli interessi ad attuare delle riforme costituzionali per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale. Questo venne ostacolato non solo dall’opposizione ma anche da alcuni membri del suo stesso partito: nell’aprile del 2016 ci furono numerose incomprensioni, riguardo il presidenzialismo, tra Erdoğan ed il primo ministro Ahmet Davutoglu, il quale decise di rassegnare le proprie dimissioni il 4 maggio 2016. Al suo posto subentrò Binali Yıldırım. Le dimissioni di Davutoglu vennero considerate, da molti, come la fine dell’ultimo ostacolo del governo Erdoğan.

Molti politici espressero la loro preoccupazione riguardo il crescente autoritarismo del governo turco. Questo si sarebbe manifestato con delle violente repressioni per calmare le proteste (come quella avvenuta al Parco Gezi nel 2013) e con la chiusura del quotidiano d’opposizione Zaman.

Vi furono, inoltre, numerosi scandali contro il governo legati alla corruzione e di questo venne anche accusata la famiglia Erdoğan. Queste accuse vennero considerate dal governo come parte di una cospirazione guidata dal religioso Fethullah Gülen, un ex alleato di Erdoğan. Gülen ed il suo movimento sono stati dichiarati terroristi da parte del governo turco, il che ha costretto lo stesso religioso a trasferirsi, in esilio, negli Stati Uniti.

Accanto ai problemi politici, la primavera araba ebbe un impatto molto forte all’interno della Turchia. Il conflitto iracheno e la guerra civile in Siria, due paesi molto vicini alla Turchia, hanno portato una massiccia ondata di rifugiati all’interno del paese, al fine di migrare verso l’Europa e altre destinazioni. A questo si sommò la nascita dello Stato Islamico ed una serie di attacchi terroristici negli anni 2015-2016, come quello all’aeroporto internazionale Atatürk.

A questo si aggiunse anche il conflitto con il Kurdistan, all’interno del quale l’esercito turco, attraverso delle incursioni nel sud-est del paese, si scontrò con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e con lo Stato Islamico.

“Quanto al folle golpe turco l’esame semplice da fare le seguenti considerazioni: Erdogan era politicamente bollito, accusato da Obama con la famosa frase “sappiamo cosa state facendo in Siria!” non allineato ai dettami della NATO, per cui non si abbatte un velivolo in tempo di pace, soprattutto se viola lo spazio aereo per 17’’ e se è russo, invischiato nella questione curda, in affari con ISIS ed in forte attrito con l’UE per la gestione dei profughi, non aveva altra alternativa che prepararsi un riscossa interna utilizzando tutti quegli strumenti da lui sempre avversati tra cui la TV, i social media, l’appello alla popolazione affinché scendesse in piazza ed il tema del governo democraticamente eletto che, molto democraticamente, a poche ore dal golpe fallito ha già fatto sapere che applicherà la pena di morte, non solo contro i militari coinvolti nel putsch, ma anche contro i magistrati della Corte Suprema, proprio quei magistrati in grado di bloccare le derive autoritarie tanto care all’amico Erdogan.” , ma non semplicistico, della situazione ci porta” fonte:  difesaonline.it

Eventi

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Alle ore 22:00 (ora locale) di venerdì 15 luglio 2016, la Jandarma effettua la chiusura di due ponti sul Bosforo con dei carri armati.

Alle ore 22:19, il ministro Binali Yıldırım conferma le voci riguardanti un tentativo di alcuni militari di effettuare un colpo di Stato dopo che alcuni jet ed elicotteri erano stati avvistati a sorvolare, a bassa quota, sia Istanbul che Ankara e dopo aver udito degli spari nei pressi della sede del parlamento turco.

Alle 22:21, l’esercito turco invita la popolazione a rientrare nelle proprie case.

Alle 22:22, viene bloccato qualsiasi accesso ai social network, tra cui Facebook, Twitter, Instagram e Snapchat, ma non alle Virtual Private Network (VPN) che consentono a chiunque di continuare a postare.

Alle 22:25, i militari irrompono nella sede della rete radiotelevisiva turca TRT ad Istanbul vengono interrotte le trasmissioni televisive. I militari si dichiarano appartenenti ad un “Consiglio di Pace Turco” con l’obiettivo di formare un nuovo governo.

Alle 22:41, i militari bloccano con i carri armati gli accessi all’aeroporto Kemal Ataturk di Istanbul dopo aver disarmato gli agenti di polizia addetti alla sicurezza e, inoltre, viene bloccato l’accesso anche all’aeroporto di Ankara.

Alle 22:43, l’esercito mette in atto alcune sparatorie nei pressi del quartier generale della polizia ad Istanbul.

Alle 22:49, i golpisti riescono ad addentrarsi nel quartier generale dell’esercito turco ad Ankara ed a prendere in ostaggio Hulusi Akar, il capo di stato maggiore delle forze armate turche.

Alle 22:56, i militari autori del colpo di stato si dichiarano pronti a mantenere intatte le relazioni con l’estero e che “lo stato di diritto rimarrà una priorità”.

Alle 23:02, i voli in partenza e in arrivo dall’aeroporto di Ataturk vengono cancellati dagli occupanti.

Alle 23:13, la televisione di stato turca diffonde dei comunicati delle forze armate che annunciano l’introduzione del coprifuoco e la proclamazione della legge marziale.

Alle 23:18, i golpisti irrompono nella sede del partito AKP e s’impossessano dell’edificio.

Alle 23:20, i militari provocano un’esplosione nei pressi del Centro di formazione delle forze di sicurezza di Gölbasi, in provincia di Ankara.

Alle 23:24, i militari dichiarano alla TV di stato l’intenzione di creare una nuova costituzione garante della democrazia e della laicità.

Alle 23:35, il presidente Erdoğan si collega da un luogo sconosciuto, attraverso FaceTime, con la CNN Turk per denunciare il tentativo di colpo di Stato dei militari e per incitare il popolo turco a “resistere e scendere in piazza”. Anche dalle moschee di tutto il Paese sono partiti incitamenti per combattere contro i golpisti. Durante la notte, numerose persone hanno accolto favorevolmente l’appello del presidente ed hanno organizzato dei movimenti di resistenza nei confronti dei militari. In piazza Taksim, a Istanbul, alcuni civili, dopo essersi scontrati con i militari, sono saliti sui carri armati ed hanno fatto capire agli occupanti che non avrebbero mai sostenuto il rovesciamento del governo di Erdoğan.

Alle ore 04:30, riprendono le trasmissioni televisive delle reti occupate precedentemente dai militari.

Alle 05:30, il governo turco riesce a riprendere il controllo del Paese, mentre Erdoğan ritorna ad Istanbul ed il generale delle forze armate Hulusi Akar viene liberato.

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Alle 10:32, viene confermata l’uccisione di 104 presunti golpisti, l’uccisione di 47 poliziotti e la morte di 41 civili (poi diventati 265), i quali sono stati definiti “martiri”.

Alle ore 11:50 del 16 luglio 2016, viene confermato il fallimento del colpo di Stato anche se un piccolo gruppo di militari (circa 150) rimane asserragliato nel quartiere generale del comando delle Forze armate ad Ankara per cercare di trattare la propria resa.

Conseguenze
Arresti ed epurazioni governative

Il primo ministro, Binali Yıldırım, ha confermato l’arresto di 2839 soldati di vario grado, di 100 militari uccisi e altri 200 arresi, mentre altri sono stati espulsi dall’esercito. Tra i soldati arrestati vi sono almeno 34 tra ammiragli, generali e colonnelli.

Tra gli arrestati vi sono:

Erdal Ozturk, comandante della Terza armata, arrestato per presunta complicità.
Akin Ozturk, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica.
Adem Huduti, comandante della Seconda armata.
Avni Angun, vicecomandante della Seconda armata.
Nejat Atilla Demirhan, comandante del dipartimento Mediterraneo e della guarnigione di Mersina, per aver comunicato alla gendarmeria dell’area di sua competenza una presa del potere da parte dell’esercito.
Secondo il governo turco, inoltre, alcuni golpisti hanno tentato la fuga dalla Turchia ed è per questo che si sono intensificate operazioni di polizia lungo le frontiere. Otto ufficiali dell’esercito, invece, sono fuggiti, atterrando con un elicottero inGrecia per richiedere asilo politico. Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, dopo essersi confrontato con il ministro degli esteri greco Nikos Kotzias, ha richiesto ed ottenuto l’estradizione per i golpisti fuggiti.

I 2.745 magistrati rimossi dall’incarico sono stati arrestati e cinque membri del Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri (HSYK) sono stati destituiti per presunti legami con Fethullah Gulen, considerato da Erdoğan come il responsabile principale del fallito golpe. Sono stati arrestati due giudici della Corte costituzionale, Alparslan Altan e Erdal Tercan, e 58 membri del Consiglio di Stato. Per 140 membri della Suprema corte d’appello sono stati emessi dei mandati d’arresto, 11 dei quali già eseguiti.

Tra gli arrestati vi è anche Bakir Ercan Van, il capo della base militare di Incirlik, accusato di complicità. Secondo il governo turco, infatti, la base sarebbe stata utilizzata per rifornire uno dei caccia utilizzato dai golpisti.

Inoltre, Umit Dundar è stato nominato nuovo capo di stato maggiore per sostituire Hulusi Akar.

Colpo di Stato in Turchia del 2016
Data 15 luglio 201616 luglio 2016
Luogo Turchia Turchia
Esito Fallimento del golpe e arresto dei militari
Schieramenti
Turchia Consiglio di Pace

  • Fazioni dell’Esercito(pro-golpe)
  • Fazioni dell’Aeronautica(pro-golpe)
  • Fazioni della Marina(pro-golpe)
  • Fazioni della Terza armata turca
  • Sostenitori locali pro-golpe
  • Fazioni della Jandarma(pro-golpe)
Turchia Governo Turco

Comandanti
Turchia Muharrem Köse[1]
TurchiaAkin Ozturk [2][3]
Turchia Adem Huduti[3]
Turchia Nejat Atilla Demirhan[3]
Turchia Recep Erdoğan
Turchia Binali Yıldırım
Turchia Hulusi Akar
Turchia Ümit Dündar
Perdite
  • 114 militari uccisi (41 poliziotti

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