This summary does not want to present Giulio Regeni, the pay of a secret service, but it is plausible that were used for information research objectives.

Il Generale Mario Mori, ex capo del Sisde, richiama la responsabilità dei professori del Master,   Anne Alexander e Maha Abdelrahman, per cui lavorava il ricercatore ucciso Giulio Regeni.

Il professore di Oxford contro Cambridge: “Ricerche pericolose, così quelli come Regeni rischiano la vita”

estratto da: Repubblica

FEDERICO VARESE, 50 anni, insegna Criminologia all’Università di Oxford dove è professore da un decennio e dove è stato dottorando di ricerca alla fine degli anni ’90, con una tesi sulla mafia russa, figlia di una lunga ricerca sul campo, diventata uno dei testi caposaldo sulla materia (“The Russian mafia”, Oxford University press 2001). Anche per questo, l’omicidio di Giulio Regeni lo ha colpito profondamente, come ha raccontato ieri con un articolo sulla Stampa.

“Perché ha a che vedere con quella che è stata ieri la mia esperienza di studente e oggi di professore. E perché pone una serie di questioni di fronte alle quali il mondo accademico anglosassone, se non vuole mostrare cattiva coscienza, deve avere il coraggio di dire le cose come stanno” .

Come stanno?

“Sostenere, come ha fatto Cambridge, che “le procedure sono state rispettate” semplicemente perché sono stati riempiti dei moduli in cui si è autocertificato che il lavoro di Giulio rispondeva a standard predefiniti di sicurezza non basta. Quella modulistica, innanzitutto, non è stata pensata per le scienze sociali, ma per le ricerche scientifiche. Ma, quel che è peggio, fa sì che tutte le ricerche siano uguali. Rende burocratico un lavoro cruciale, come è quello del risk assessment, della valutazione del rischio, che spetta a un dipartimento universitario. Distinguere cioè tra ricerca e ricerca. Identificare la peculiarità di un lavoro in ambiente ostile, quale poteva essere l’Egitto per Giulio” .

 

La ricerca di Regeni era basata su un metodo cosiddetto di “participant observation”.

“L’osservazione partecipata è una tecnica di indagine legittima. Ma contempla un coinvolgimento pieno, “attivo”, nell’oggetto della ricerca e dunque presenta un rischio oggettivo che è quello appunto di superare quel confine sottilissimo che divide il credere dal capire. Dunque, è il supervisor che deve capire se il ricercatore sia andato troppo in là, esponendosi. Perché non c’è risultato scientifico che valga una vita umana” .

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Nel mondo anglosassone esiste una legittima e frequente osmosi tra ricerca universitaria e settore privato. Spesso le ricerche sono finanziate o utilizzate per “intelligence” ignota all’estensore. Non è un problema?

“Lo è. Del resto “intelligence” è parola che in inglese significa semplicemente analisi. Non spionaggio. Le dirò di più. Nel mondo anglosassone sempre più frequentemente, soprattutto da quando sono cominciati i tagli alla ricerca, le domande di un’indagine universitaria sono condizionate da chi quella ricerca finanzia. Società private, piuttosto che governi. È evidente il rischio di apparire ventriloqui di altri interessi. Per questo, raccomando sempre ai miei studenti di avere come solo obiettivo la risposta a domande scientifiche e, se possibile, anche di fare attenzione alle collaborazioni con tutti i soggetti non accademici “.

 

Regeni lavorò per un’agenzia dell’intelligence.

estratto da: La Stampa

I contatti di lavori di Giulio Regeni portano in Gran Bretagna. Come racconta la Stampa, lo studente friulano ha lavorato per un anno alla Oxford Analytica, “un’azienda d’intelligence fondata da un ex funzionario americano implicato nello scandalo Watergate”.

“Oxford Analytica è un ulteriore tassello nella storia di Giulio, un altro pezzo dei dieci anni trascorsi dal ricercatore di Cambridge nel Regno Unito, e potrebbe, forse, fornire qualche dettaglio per spiegare la sua morte. Il gruppo analizza tendenze politiche ed economiche su scala globale per enti privati, agenzie e ben cinquanta governi, una specie di privatizzazione di altissimo livello della raccolta di intelligence. Ha uffici, oltre che a Oxford, a New York, Washington e Parigi, e vanta una rete di 1,400 collaboratori. Promette “actionable intelligence”, informazioni su cui si possa agire, senza ideologie o inclinazioni politiche.”

“Così reclutiamo agenti segreti”

La morte di Giulio Regeni, i tanti depistaggi messi in campo dai servizi di sicurezza egiziani, ma anche la presenza del capo dei nostri 007 in Egitto il giorno del ritrovamento del corpo del ricercatore italiano, hanno acceso i riflettori sui servizi segreti.

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Mario Mori, ex numero uno del Sisde, in una intervista al Resto del Carlino ha provato a dare alcune risposte. Mori “non conosce i particolari della vicenda di Regeni” e quindi non ne parla. Ma spiega il modo di agire degli agenti segreti. Come vengono scelti. “Ogni paese ha i propri criteri di selezione – dice Mori – In Italia nel controspionaggio si fa riferimento ai carabinieri. Da qualche tempo si sono aperte altre vie, come scuole, Università, tecnici specifici. Anche un ricercatore potrebbe essere scelto, ma di Regeni non parlo. Il vero uomo dei servizi – aggiunge – è un tecnico. Un funzionario sceglie le persone per affidargli determinati compiti in base ai talenti di ciascuno e alle necessità”. Sulle tecniche specifiche di reclutamento l’ex capo del Sisde, il servizio di informazioni per la sicurezza democratica, non si sbilancia. E per spiegare un po’ come funzioni si affida ad un esempio estero.

“L’Inghilterra – afferma Mori – se vuole informazioni in Nigeria, offre soldi ad alcuni dipendenti di aziende inglesi che operano nel luogo. Offrendo denaro si ottiene sempre un buon prodotto, ma esistono altre merci di scambio, come una commessa industriale. Si propone qualcosa in base alla debolezza di chi si contatta. Comunque, sempre parlando del caso inglese, loro lavorano anche gratis, per amore della Patria. Quando ci sono italiani, succede di meno”. E se una spia viene scoperta in territorio estero, le procedure impazzano. E spesso, a quanto pare, si agisce in base alle situazioni. “Innanzitutto – continua l’ex capo degli 007 – bisogna vedere se entrambi i Paesi riconoscono la vittima come una spia o no. Non esiste un protocollo per questa evenienza, ogni volta si agisce in modo diverso. A me un caso simile non è mai capitato. Non è un episodio corrente uccidere unaspia. Nei Paesi civili non succede” “Se io, che faccio controspionaggio – conclude – mi accorgo di un infiltrato le opzioni sono tre: gli tolgo i documenti e lo mando fuori dal Paese oppure lo doppio, lo seguo sapendo che è una spia e gli prendo tutte le informazioni possibili. In alternativa, tento di farlo diventare un mio agente”.

I docenti

Anne Alexander e Maha Abdelrahman, aderiscono al programma ‘universitario’ di Cambridge evocativamente denominato CENTRE FOR RESEARCH IN THE ARTS, SOCIAL SCIENCES AND HUMANITIES (CRASSH), presieduto da Martti Ahtisaari,

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Regeni, che si trovava in Egitto per una ricerca universitaria, è stato mandato allo sbaraglio dai suoi insegnanti di Cambridge, che non solo hanno sottovalutato il rischio della frequentazione di ambienti messi fuorilegge dal governo, ma che sono essi stessi coinvolti attivamente nella rete internazionale delle cosiddette “primavere arabe”. Il settimanale Panorama ha pubblicato un video che mostra uno dei due tutori, Anne Alexander, che parla a un comizio dell’opposizione egiziana a Londra il 4 novembre scorso, due giorni prima della visita di el-Sisi a Londra, e, urlando, chiama “assassino” il Presidente egiziano, esortando a una campagna internazionale per rovesciarlo. Lo stesso video mostra le bandiere dei Fratelli Musulmani tra il pubblico.

L’altro tutor, Maha Abdelrahman, aveva, secondo La Repubblica, cambiato il formato del lavoro di ricerca di Regeni, dopo che lo studente aveva partecipato a una riunione clandestina nel dicembre scorso. Da un lavoro di ricerca analitica, Regeni avrebbe dovuto passare a una partecipazione diretta nella vita e nelle dinamiche interne dell’oggetto di studio.

Analysis of the style of thinking

http://www.crassh.cam.ac.uk/events/25690

ISIS and counter-revolution: towards a Marxist analysis

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